Sentimenti e altre parole

Glossario con la definizione dei sentimenti, stati d’animo e altre parole-chiave tipiche dei componimenti giapponesi. Tutte le definizioni sono tratte da cascinamacondo.it.

aware
Nostalgia. Il sentimento della nostalgia, del  rimpianto,  del tempo che passa, della caducità delle cose, dell’inutile affannarsi degli uomini, del dileguarsi del mondo, dello svanire. Ma non  c’è sofferenza; non è il sentimento della perdita irreparabile. C’è invece la  comprensione di questa caducità, la consapevolezza matura di appartenere ad essa  semplicemente. L’universo risiede nel dettaglio, nel particolare, nell’evento minuto. Percepire la cosa minuta, apparentemente insignificante, come contenitore dell’universo stesso. Un’unica cosa.

sabi
Silenzio. È il sentimento di grande solitudine, di grande quiete, pace, illimitata calma; il sentimento   del distacco, del non possesso. Ma non  c’è tristezza in esso, solo contemplazione, solitudine, così grande e avvolgente  da avere la sensazione che la cosa contemplata e il  contemplatore siano la stessa cosa.

il ladro
ha lasciato la luna
nella finestra
(Ryôkan)

Sabi è un concetto estetico che trovò espressione nell’alta poesia di corte di autori medio-classici, quali Shunzei e Saigyo, e divenne un elemento essenziale da Basho in poi. Linguisticamente è un aggettivo derivato dal verbo sabiru, ma il concetto sfugge a una definizione in una singola parola. Approssimativamente gli iamatologi americani, da Miner in poi, l’hanno indicato col termine loneliness. Lo stesso Kyorai, il massimo teorico classico nel campo dello haiku, all’esplicita domanda di un seguace di Basho, Yamei, su che cosa fosse “sabi”, rispose: “Sabi wa ku no iro de ari” (“è il colore del verso”). Alludeva a un elemento equilibratore dell’atmosfera dello haiku, che non deve essere troppo grigia, né troppo chiassosa, eppure immersa in una sorta di natura monocromatica, donde il tono di lirica quasi “malinconica”.

wabi
L’inatteso, il risveglio dell’attenzione:  è quello stato d’animo prodotto da un qualcosa che si profila alla nostra  coscienza all’improvviso. È l’elemento che ci sveglia dalla tristezza, dal  grigiore, dai momenti in cui sembra che la vita non abbia nessun senso. Ecco, nel momento in cui questa depressione ci invade, nel momento in cui questa  grande malinconia ci assale, nel momento in cui nulla ha significato e tutto appare banale e triste e assurdamente lontano… ecco profilarsi un qualcosa di inaspettato che si fa “guardare” con spiccata intensità. Desta la nostra attenzione. E noi lo “riconosciamo” nella sua interezza e universalità. Quel piccolo evento allora si fa grande e luminoso improvvisamente ai nostri occhi. Ci riporta alla vita.

sotto i miei passi
solo il fruscìo si sente
di foglie secche
(Hisajo)

Wabi è un altro dei concetti chiave dell’estetica giapponese, legato alla radice, a “sabi”. Linguisticamente è un aggettivo derivato dal verbo wabu, ed è intraducibile con un solo termine. Già presente nell’antica raccolta di poemi Manyoshu, trovò espressione compiuta nel mondo della “Cerimonia del tè” (Sado). Sta ad indicare una ricchezza spirituale opposta ad un atteggiamento materialistico, una fuga dall’appariscente, un’attitudine di “quiete” (kanjaku) e di modestia volta a cogliere l’intima, lineare bellezza delle cose semplici.

yû-gen  (yugen)
Quieto + nascosto. Il sentimento che si prova dinanzi al subitaneo balenare del mistero nascosto dietro l’apparenza delle cose. significa, in cinese, “quieto”, “profondo” e gen significa “nero”, “misterioso”, “nascosto”.

kanjaku
Quiete, attitudine mentale, un’attitudine di “quiete” (kanjaku) e di modestia volta a cogliere l’intima, lineare bellezza delle cose semplici.

karumi
È il sentimento della leggerezza e dell’innocenza, è il piccolo sorriso, la  piccola ironia,  il piccolo umorismo, la visione leggera, fanciullesca, libera dal peso della cultura e della tecnica.

kata
Via. L’haiku è un kata, cioè una via, con propri percorsi e specifiche caratteristiche.

kigo
Termine riguardante la flora, la fauna, avvenimenti religiosi o popolari giapponesi, cibi, che sta ad indicare una precisa stagione. L’antologia che raccoglie ogni tipo di kigo, descrivendolo nei dettagli, è Saijiki o Antologia delle Quattro stagioni, tuttora indispensabile per uno haijin o uno iamatologo. Le regole classiche della poesia Haiku impongono che all’interno delle 17  sillabe vi sia inserita una “informazione” che faccia riferimento a una stagione.  Può essere un frutto, una festa, una ricorrenza, un qualcosa che ricordi, evochi,  si riferisca a una stagione (castagna, grano, papavero, farfalla, lucciola, neve, carnevale, melograno in fiore, foglie cadute…).

makoto
È la sincerità e la fedeltà alla propria natura ed alla natura delle cose.

piccolo kigo
Termine e concetto coniato da Cascina Macondo. Abbiamo visto che “kigo” vuol dire “stagione”. Nell’haiku classico il kigo è  obbligatorio. Abbiamo anche visto che la regola del kigo mira a ricordare al poeta che il suo componimento deve riferirsi ad una realtà concreta, al qui e ora. Il kigo è circolare. Le stagioni infatti si susseguono ricominciando sempre da capo all’infinito. Esse contengono l’idea del sabi, del wabi, dell’aware, dello yugen. Le stagioni contengono una idea lirica.  Cascina Macondo chiama semplicemente piccolo kigo un qualcosa che si riferisce al  “giorno”. Intravediamo infatti una plausibile somiglianza tra lo scorrere dei giorni e lo scorrere delle stagioni. Anche i giorni, nelle loro singole parti, si susseguono e ricominciano sempre da capo, all’infinito, con moto circolare, come le stagioni appunto. Ma la loro durata è più effimera (aurora, alba, mattino, mezzogiorno, pomeriggio, tramonto, imbrunire, sera, notte, aurora, alba…). Nell’insegnamento di Basho (“l’haiku coglie nella sua essenza ciò che semplicemente accade qui e ora”) ci è sembrato di capire che ciò che è veramente importante è appunto il qui e ora.  Il piccolo kigo   è  un concetto  che riteniamo  ammissibile e non  stravolge gli insegnamenti di Basho. Un haiku per noi è dunque valido anche se non contiene il kigo. Ma deve contenere il piccolo kigo, (riferimento temporale a una parte del giorno) e contemporaneamente un riferimento a un  luogo concreto.  Un haiku come il seguente di Gabriele Saccavino:

notte infame:
nel frigo solo l’eco
d’un uovo sodo

Secondo il criterio classico non è considerato un haiku, in quanto non contiene la stagione. Secondo le nostre riflessioni, e la nostra scelta, è un perfetto haiku. Contiene il qui    (frigo=luogo concreto) e contiene l’ora (il piccolo kigo, riferimento ad un’ora, ad una parte  del  giorno = la notte).

sabishisa
È lo stato d’animo della tristezza, della malinconia, della nostalgia, della depressione.

shiori
È il sentimento delle cose ombrose, della morte, del freddo, dell’immobilità,  del rorido, dell’umido che trasuda umori.

sonomama
Svuotamento mentale. Per cogliere l’essenza dell’haiku, e per poter cominciare a scriverne di belli, occorre essere capaci di realizzare uno svuotamento mentale. Abbandonarsi,  spogliarsi dei pensieri, delle idee, dei preconcetti. Saper guardare le cose per  quello che realmente sono. (Sonomama è la parola giapponese per indicare  questo concetto). Se non ci sono sovrastrutture mentali e ideologiche, se c’è  fluidità e semplicità, se siamo in uno stato di  “grazia”… (che dallo svuotamento mentale deriva), se siamo davvero in “ascolto”… solo allora  riusciamo a vedere le cose nella loro essenza. Questo stato di grazia produce intorno a noi un “grande silenzio”. Il vuoto mentale e fisico si dilatano. In quel  vuoto e in quel silenzio straordinario la percezione profonda della realtà si staglia con tutta la sua nitidezza, producendo quella “esplosione di luce” che è  il fine ultimo dell’haiku.  Nel momento in cui l’haiku viene “compreso” un intero poema si riversa su di noi. In quel preciso momento ci sentiamo permeati da una grande lucidità e una  grande consapevolezza. Un grande senso di compassione ci avvolge.

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